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Reisemagazin - OTTOBRE 2010
Ogni
pesca è ardua
A San Gregorio, un quartiere di Capo
d’Orlando, si viveva un tempo della ricchezza del mare. Oggi i Salvo sono
gli ultimi pescatori. I vacanzieri imparano così a conoscere l’amore della
loro vita: il mare.
Rosetta porta in
tavola lasagne, agnello, torta di compleanno e grandi piatti di dolci
cannoli, accompagnati da spumante. Ma non pesce. Il maestrale spira
impetuoso. Quando Salvatore, che oggi compie 67 anni, come ogni notte
intorno alle tre ha osservato il mare, sapeva già che avrebbero potuto
lasciare la Furia in spiaggia. Ha esperienza. 46 anni – di cui tre come
muratore in Svizzera e nove come pescatore su un cutter in Australia.
Laggiù, a Fremantle, ha incontrato Rosetta. Lei era andata via da Capo
d’Orlando ancora bambina e tutt’oggi parla volentieri inglese. Prima del
matrimonio lui si era fatto promettere che sarebbero tornati in questa
baia in cui ora non un soffio di vento increspa il mare. “Che farci?
Speriamo domani!”. Sul suo volto esplode una risata che presto si compone
solo di una linea orizzontale. Appoggia la sua sedia al muro della casa,
su cui durante le mareggiate giungono gli spruzzi d’acqua e dove finestre
e porte sono incorniciate di azzurro, raggiante come i suoi occhi.
Accanto a lui Enzo
ripara una rete con lunghi aghi di legno. “Vedi, ha maglie strette – per
le triglie con la loro piccola testa. Si possono pescare soltanto di notte
dopo le tre: se rimangono nella rete troppo a lungo l’indomani sono già
andate a male”.
I fratelli Enzo e
Salvatore Salvo, spiegano spesso queste cose. A San Gregorio i turisti
possono avvicinarsi al mare grazie ai pescatori, e al mattino partire con
loro per tirare le reti o per assistere alla “buliata” come abbiamo fatto
noi ieri: si getta la rete accanto agli scogli e si fa rumore con i remi,
così i pesci dal loro riparo sotto le pietre sono spinti a uscire. Alcuni
vacanzieri si cimentano nella pesca e i più vanno matti per le sardine
sotto sale o il sugo di seppia che Rosetta e Rita, la moglie di Enzo,
vendono in barattoli di vetro.
Enzo e Salvatore
rappresentano per i visitatori qualcosa come l’ultimo legame con un mondo
che pian piano va sparendo: a San Gregorio, dove prima tutti vivevano del
mare, dove in spiaggia le imbarcazioni giacevano strette l’una accanto
all’altra e dozzine di uomini stendevano le reti ad asciugare al sole,
dove il vecchio Glorioso con la pesca delle sarde riusciva a procurare una
buona dote per le sue tre figlie, in questo luogo di Capo d’Orlando, i
Salvo – Salvatore, Enzo e il figlio Alessandro – sono gli ultimi pescatori
di professione. Il fatto che Enzo non sappia bene se rallegrarsi della
prosecuzione della tradizione di famiglia o farsene un cruccio, la dice
lunga sui tempi.
Davanti a una grande
porzione di lasagne Alessandro spiega il problema: “Quindici anni fa in
una sola notte raggiungevamo i sessanta chili, oggi soltanto dieci o
venti. Palombi ne prendiamo appena, branzini molto meno. Lo sfruttamento
ittico irrazionale è un problema. Si dovrebbe proibire l’uso di reti a
strascico e accertarsi che esse non vengano utilizzate illegalmente. Ma
sono convinto che si avverta già il cambiamento dei tempi”. Dopo la
maturità Alessandro voleva diventare biologo marino, ma ha abbandonato
l’università rispondendo alle obiezioni della madre con la frase: “Mamma
credimi, sono più felice in mare”. Eppure ora guarda seriamente oltre la
baia dove, dietro un velo di foschia, si disegnano i contorni delle Isole
Eolie: “Nella stagione del novellame là fuori si riempie di barche
provenienti da Palermo, Trapani e da tutta l’isola. Anche noi siamo usciti
rapidamente in mare. Ma poi è stato chiaro: se si pesca il novellame resta
sempre meno pesce”. Il suo viso abbronzato si adombra ancora di più.
Di fronte a lui siede
suo fratello più piccolo Fabrizio, pallido per via dell’inverno in ufficio
a Capo d’Orlando. C’è ancora un fratello maggiore, manager a Milano, che i
due prendono in giro simpaticamente: “Francesco? Non capisce niente del
mare. Sa solo nuotare. E basta”. – “Ma sì, come cameriere i pesci li ha
diliscati bene”. Tutti ridono. A tavola, accanto alle tre generazioni
Salvo – anche il nipotino Marco di quattro anni è arrivato – siedono il
maestro d’ascia Alfio, Elizabeth, suo amore californiano, e Carlo Vinci.
Carlo è amico e vicino dei pescatori, nonché padre dell’idea di farli
conoscere ai turisti. “Già negli anni ‘50 la gente affittava camere a San
Gregorio presso i pescatori e partiva con loro in mare. Sono voluto
tornare indietro nel tempo”. A volte, di notte, Carlo accompagna in
gommone i vacanzieri al “cianciolo” per la pesca delle sardine, svolta con
apposite reti – una pratica impressionante secondo cui i pesci vengono
abbagliati con la luce. Come vorremmo essere su una barca simile…
“Carlo?”.
E ci dirigiamo verso
Sant’Agata di Militello il successivo porto peschereccio più importante.
Qui ci sono barche di 15 metri, l’equipaggio conta una dozzina di uomini.
Si tratta prevalentemente di attività familiari o piccole cooperative. Il
70% dei pescatori siciliani svolge la pesca artigianale e, tuttavia, nelle
loro imbarcazioni giunge soltanto il 30% del pescato. Noi arriviamo
durante una retata della Guardia Costiera, dunque con il peggior stato
d’animo. Le reti dell’imbarcazione utilizzate contravvenendo alle norme
finiscono, sotto lo sguardo attonito dei presenti, su un camion della
polizia. I colleghi solidali forniscono la loro versione secondo cui i
pescatori proteggerebbero la natura, che è stata portata alla rovina dalle
norme dell’Unione Europea. Trovano scandaloso che siano stati sequestrati
tre tonni che uno di loro, nonostante il divieto di pesca, aveva
catturato. Il tonno minacciato? Un’invenzione dei burocrati! E se fosse
vero, allora sarebbero colpevoli le flotte giapponesi, che appoggiate da
elicotteri depredano il Mar Mediterraneo.
Carlo nega con lo
sguardo, lui ne sa qualcosa. Tutti imprecano contro i più grandi e contro
le leggi, troppo severe o troppo accondiscendenti, a seconda che la cosa
li riguardi o meno. Andiamo avanti. La San Calogero, consigliata come
barca esemplare del comando portuale, è ampiamente in testa.
Il capitano Giuseppe
Corrao e il suo equipaggio ci prendono a cuore. Non appena raggiungiamo il
cumulo di reti che ricopre il ponte, su cui giacciono anche tre piccole
barche, ci ritroviamo un piatto di gelato alla crema in mano. Cibo, caffè,
una sedia e la cabina del capitano, qualora ci stancassimo – il tutto ci
viene offerto premurosamente. L’adolescente figlio di Corrao passa come
sempre per salutare il padre. Poi crepitiamo sul mare al crepuscolo.
Gli uomini a bordo
provengono dai luoghi costieri circostanti Sant’Agata. Molti sono figli e
nipoti di pescatori, ma conoscono anche la terra: Franco ha lavorato alla
costruzione della Torre di Colonia! Giuseppe, “l’americano”, si è fatto
tatuare sul braccio le parole “L’amore è un mistero”. Nino, quello magro,
fino a poco prima muratore, ha fatto il buttafuori in una discoteca di
Miami. L’altro Nino, un orso docile alle prese con un solitario nella
cambusa, è stato per un periodo camionista. E ogni volta che dalla strada
vedeva una nave veniva colto da nostalgia.
Lo stesso capitano, un
esperto elettricista, fantasticava di lavorare a terra, finché non ha
constatato che laggiù servono le raccomandazioni. “In mare non hai alcun
capo. Soltanto le leggi”. Davanti a lui nella cabina brillano gli schermi.
Sonar, radar, navigatore e uno strumento che rileva lo stato del fondale –
“guarda, gli scogli, bisogna fare attenzione, la rete è delicata come una
donna”. Intanto scende l’oscurità, la luna, una fetta color albicocca, fa
capolino tra morbide strisce di nubi violette. Meraviglioso. Ma, per
quanto riguarda le sarde, una catastrofe. La concorrenza del cielo
diminuisce la forza di attrazione delle lampade delle barche. Il fatto che
la San Calogero in questa notte poco promettente sia in mare ha a che
vedere soprattutto con la concorrenza terrena. Da quanto spiega Maurizio,
un uomo muscoloso con un braccialetto di amuleti sacri e una gestualità
alla Roberto Benigni, due barche “straniere” provenienti da Terrasini e
Catania sarebbero arrivate oggi al porto. “Sono uscite in mare, e allora
non possiamo starcene in casa e lasciare il mare a loro”. Per di più ieri
la pesca è stata misera, forse si può recuperare qualcosa. Nino pulisce
già la stiva.
E poi giunge la voce
del capitano attraverso l’interfono: “Barche in mare!”. Veloci come il
vento due uomini saltano su un gozzo munito di lampada che la gru cala in
mare. Presto saranno soltanto puntini luminosi lontani sul mare scuro. E
allora Corrao sospirerà, hanno sprecato tempo, ci sarebbero state quaranta
casse di pesce. La terza delle piccole barche tira la rete e la catasta
scivola in acqua. Quando il ponte è vuoto, i pesci sono accerchiati, presi
in un grande sacco. Quindi gli uomini raccolgono la rete con un
verricello. Come una tenda grondante pende sulle loro teste e a ogni tiro
il sacco si fa più piccolo. Non appena viene trascinato vicino alla barca
vediamo innumerevoli corpi grigi luccicanti e rigidi in movimento, panico.
Argento vivo.
Un chilo viene pesato:
sono 63 pesci. Per un prezzo medio sono troppo piccoli. La pesca porta al
massimo cento casse. In una notte buona possono essere duemila. Il
capitano dice: “La cosa più importante è che nulla si rompa. I costi delle
riparazioni non si recuperano più”. La squadra partecipa in percentuale
alle spese e al ricavato. Se si fanno meno di 70.000 euro al mese è dura.
Non ci sono meno prede in mare, ma i pesci d’allevamento, che sono più
economici, influenzano i prezzi. Per questo si è specializzato in sardine.
“La luna è calante, la prossima settimana andrà meglio. Per oggi si
rientra”. Corrao guarda sottocoperta dove nell’oscurità risplendono
puntini arancioni. “Vorrei che fumassero di meno”. Alle quattro rientriamo
al porto. L’autocarro del grossista già aspetta.
I Salvo vendono al
dettaglio. I clienti di Capo d’Orlando circondano le casse e scelgono
oculatamente. Rosetta in cucina pulisce il pesce. Oggi nelle reti c’erano
dodici chili abbondanti. Merluzzi, pettini, pesce preti e due belle grosse
orate.
“Alcuni anni fa
prendevamo ancora parecchie orate”, dice Rosario Damiano. Sulla terrazza
del suo hotel a San Gregorio profumano pentole di sughi aromatici. Il suo
ristorante “La Tartaruga” è famoso per le portate di pesce. I filetti di
orata li prepara con menta fresca. Prima Damiano pescava il pesce da sé.
Poi per undici anni non è più salito in barca: “Puoi immaginare con la
scorta al seguito…” Una frase lasciata a metà, un’altra storia: Damiano ha
dovuto vivere ventiquattr’ore su ventiquattro con le guardie del corpo
perché si è rifiuto di pagare il pizzo alla mafia. Ora è libero ma non ha
più la licenza di pesca. Per questo ha interessato le due barche dei Salvo
e a volte va anche lui, con Enzo e Alessandro – oppure con Salvatore, che
dice: “Se non vedo il mare muoio”.
(Traduzione dal
tedesco effettuata dalla Dott.ssa Irene Ipsaro Palesi)
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